violenza

Cambiamenti del funzionamento della famiglia e patologia del singolo.

La comunità scientifica psicologica e psichiatrica riconosce nuove patologie e scopre la diffusione quasi epidemica degli agiti violenti auto e etero aggressivi, dei disturbi del comportamento alimentare, dei disturbi dell’identità personale e di genere. In una presa di coscienza dei comportamenti perversi contemporanei che si presentano oggi con tratti sfumati, ma sempre più comuni ed estesi.

La fragilità del sé come le problematiche della dipendenza, l’incapacità a costruire e mantenere legami significativi e duraturi, l’autoreferenzialità narcisistica si acuiscono nel senso di vuoto e delle derive depressive, nel furto identitario e nella perdita di senso d’appartenenza alla famiglia, alla comunità, a valori condivisi.

La totale mancanza di introiezioni sicure e la possibilità di progettare il proprio futuro su fondamenta credibili slatentizzano gravi patologie della dipendenza.

La fatica a definire l’identità come accade nella nostra attuale società, fa crescere il bisogno di aggrapparsi al corpo per ancorarsi alla realtà e dà importanza all’agire e agli agiti che si sostituiscono al processo di simbolizzazione.

Gli agiti sostituiscono il pensare, il riflettere, il verbalizzare anche se per certi versi hanno una pregnanza proto simbolica. Catherine Chabert (2000) li definisce “tentativi di figurazione ” nel senso che essi appaiono essere a metà “tra l’intenzionalità, conscia e inconscia” e rappresentano nello stesso tempo “una difesa e una elaborazione ”

Le dipendenze dalle droghe, da internet, dall’alcool o dal cibo sono sintomi di una sindrome sociale che si esprime nell’agire del singolo.

L’essere delle personalità incompiute ( come le adolescenze indotte fino a trent’anni) senza un’identità professionale, senza un progetto di vita su cui investire, senza un back ground familiare condivisibile e rassicurante l’individuo è minato nelle sue fondamenta.

Il suo senso di incertezza si esprime come sintomo patologizzato nell’evitamento agito o maniacale e, ove possibile, con le forme del lutto e della depressività.

Per spiegare tutti questi fenomeni si è fatto giustamente riferimento al cambiamento della forma-famiglia e del proliferare di fantafamiglie: mononucleari, allargate, ricostituite, adozione internazionale, di fecondazione assistita… e all’inflazione dell’incertezza sociale e lavorativa che determinano una struttura collettiva chiamata dai sociologi “liquida” (Z. Bauman) come identità a “patchwork” (G. Razeto), “post-moderna” (M. Featherstone).

Questi cambiamenti impongono all’Io la necessità di essere flessibile, mobile, capace di adattamenti al contesto mai uguale a se stesso. Si è arrivati così nella realtà patologica a mettere in discussione la necessità stessa di avere degli ideali e dei ruoli riconosciuti da cui dipendono responsabilità, sacrificio, il coraggio di raggiungere una meta anche attraverso i sacrifici necessari.

Ci si rivolge così al presente ed al piacere ottenuto nel nell’hic et nunc ( il qui ed ora) perché l’unico che permette di non fare i conti la sofferenza dell’essere vuoto. Per progettare bisogna pensare, per pensare bisogna sentire, per sentire, per provare emozioni bisogna disporre di un apparato psichico che si costruisce sulla base di legami affettivi, esempi rappresentati, valori condivisi, senso di appartenenza.

Psicoanalisti come Kaes parlano dei contratti narcisistici che mantengono solo l’autoconservazione.

Questi processi attaccano il senso di identità alla radice distruggendo il legame familiare che non è in grado di offrire al narcisista continue scariche di ebbrezze e di conferme come unico egocentrico attore bisognoso di attenzioni e venerazioni continue. Così, nel singolo, si accumulano altre perturbazioni di origine traumatica che mettono in discussione i processi rappresentazioni.

Ma questo stesso funzionamento oltre che da una povertà degli investimenti dei legami è potenziato dal senso di onnipotenza sostenuto dalle nuove acquisizioni scientifiche, nel campo della medicina, dal virtuale…

E’ perciò messo in crisi il senso del limite, fondamento del senso di realtà e della capacità di pensare e di provare emozioni. Se all’epoca di Freud l’angoscia di castrazione era al centro dello sviluppo psichico del soggetto e il senso di colpa formava individui ligi al dovere e al sacrificio, oggi è la mancanza del limite che inficia la costituzione stessa del soggetto determinando disturbi della soggettivazione.

Tale mancanza del limite da una parte crea fame di oggetti (psichici) che a prende delle caratteristiche tossicomaniche e dall’altra obbliga ad un’angosciosa ricerca di un’identità a tutti i costi. Questo significa che da una società accusata, nei primi del Novecento, di essere nevrotica oggi passiamo ad una realtà sociale borderline sul versante psicotico.

Ecco che il partner diventa intercambiabile proprio perché non è ricercato come oggetto d’amore, ma invece viene sfruttato come ruolo, o come appendice di sé; dolore e piacere si fondono in percezioni della realtà e dei fatti come uniche chiavi di interpretazione della realtà
( “Tutti ce l’hanno con me” “Tutto il mondo fa schifo” “Tutti mi amano” “Tutto è meraviglioso”).

Kaes: “il mondo moderno distrugge gli spazi di vicinanza e di intimità, in diversi modi. II vagabondaggio psichico e sociale, le forme di nomadismo e di deterritorializzazione che esso genera vanno di pari passo con l’esternalizzazione dell’intimità psichica diventata “anonima” nello spettacolo della tivù-realtà».

Un esempio sono i reality della tv che sembrano voler costituire il quotidiano tuttavia sono le nuove forme di identità costruite nel web vissute come reali che destano una scissione ancora più preoccupante. La contaminazione del mondo fantastico sul reale sembra essere così inarrestabile. Ed allora: “Chi sono?”.

Questa fluidità, flessibilità e talora pluralità nella nostra identità rappresenta, secondo la nostra teoria, un naturale adattamento ai bisogni sociali e familiari che cambiano oltrepassando sempre più spesso li limite e sconfinando nelle patologie psicologico – psichiatriche.

Da più parti si sente solo preoccupazione ma la nosografia clinica psichica va affiancata ad uno schema di pensiero nuovo, non più rivolto o orbato da paradigmi passati. Solo nuovi parametri di osservazione e di diagnosi permettono la costruzione di progetti d’interventi realmente terapeutici, efficaci e sensati.

Le famiglie ricomposte (di gran moda negli ultimi decenni) hanno costituito un alibi a molti venendo interpretate come ricchezza per i figli di genitori separati. Quegli ex figli sono gli adolescenti ed i giovani di oggi che spesso sembrano avere un comune denominatore: la rabbia.

Alcuni colleghi di vecchia formazione non sanno riconoscere la ricomposizione della famiglia che attacca il senso di continuità ed espone al trauma della separazione; talvolta offre anche nuove risorse nell’utilizzo di padri o madri sostitutive; talvolta offre risorse le stesse risorse che si rivelano patogeni per il bambino. I fatti sociali giovanili sembrano dare una lettura statistica chiara circa le ricadute sull’integrità del sé dei bambini.

Credo sia importante incominciare a pensare che la pluralità di configurazioni edipiche a cui il

bambino è obbligato nel rapporto con i genitori naturali, con il nuovo compagno ( o i nuovi compagni) della madre e la nuova compagna ( le nuove compagne), con i “fratelli” acquisiti

presentano caratteristiche non solo di fluidità e confusione. La componente di rabbia improvvisa tanto diffusa dei ragazzi potrebbe essere la manifestazione di attacchi sistematici alle difese del sé reiterate dal pensiero razionale degli adulti ad esempio attraverso un’interpretazione del fenomeno in oggetto come di un’occasione di mobilità e arricchimento facilitante perciò l’indipendenza e la separazione.

Nuovi legami e la dissociazione

Avere gli strumenti per cogliere i significati messi in gioco dai legami oggettuali permette di aprire nuove prospettive di interpretazione e comprensione della patologia potendo così intervenire per costruire la normalità e la salute.

Situazioni come le psicosi rivelano una specifica “organizzazione traumatica dei legami” ontogenetica. Legami di relazione problematici non solo modificano le nostre esperienze interne, ma possono anche attivare versioni di noi che sarebbero altrimenti rimaste latenti anche per tutta la vita. La natura dei legami ha quindi il potere di slatentizzare configurazioni patologiche del sé in ogni persona.

Oltre a questo la natura dei legami attivano modelli di funzionamento mentale e quindi anche mappe automatiche di comprensione degli eventi reali e di stati del sé che si attualizzano nella situazione reale in accomodamento con il legame interiorizzato.

Se il legame interiorizzato sarà quindi positivo, il comportamento avrà più facilmente connotazioni positive, se al contrario sarà un legame vissuto come persecutorio, sadico o di altra natura il comportamento del soggetto nell’ ambiente acquisterà più facilmente connotazioni simili o uguali.

Quello che è importante sottolineare è la connotazione del comportamento; esso infatti è sì appreso, ma incistato nel sentimento e nell’immagine di sé e degli altri e per questo molto più potente e potenzialmente distruttivo.

Tuttavia per rispondere a queste nuove richieste dobbiamo comprendere meglio lo stato dell’altro ed essere liberi di ogni contaminazione che ha creato un mondo che tende a voler sopravvivere senza legami significativi.

Il lavoro dello psicologo oggi

Spesso la percezione dello psicologo, del ruolo e delle sue funzioni è confusa e difficilmente univoca.

Cosa sa fare lo psicologo clinico:

– l’intervento psicologico oggi deve essere in grado di essere soggetto di legame sano;

– il sintomo portato deve essere letto secondo un’analisi critica di comprensione di cosa il sintomo protegge e cosa il sintomo impedisce di fare o di essere;

– l’aspetto della mancanza di legami è il terreno privilegiato di comprensione e di lavoro con gli adolescenti;

– quando si parla di violenza di branco, del gruppo, dobbiamo sapere che si tratta di problemi di confine dell’Io, quindi della dimensione del rapporto con gli altri;

– La sofferenza del bambino da sola non esiste ma è sempre determinata dalla relazione con l’altro, quindi bisogna saper comprendere i significati e gli investimenti affettivi del suo contesto

Lo psicologo ha formalmente due grandi ambiti di formazione:

– Psicologo clinico che si occupa della salute delle persone

– Psicologo del lavoro che si occupa della gestione delle organizzazioni e delle realtà sociali

Le due formazioni sono completamente differenti l’una dall’altra.

Lo psicologo clinico frequenta l’università di Psicologia ad indirizzo clinico per 5 anni durante i quali deve sostenere e superare esami come: fondamenti di neurologia, biologia, diagnosi psicologica, psichiatria psicodinamica (se frequenta il curriculum ad indirizzo clinico-dinamico), psicologia delle interrelazioni interpersonali, teorie e tecniche del colloquio….

Fa almeno un tirocinio di lavoro in ospedale o presso strutture che erogano servizi di psicologia clinica di 1 anno solare e poi concorre all’Esame di Stato. Solo quando ha superato l’Esame di Stato può esercitare come Psicologo.

Psicologo del lavoro frequenta l’università di Psicologia ad indirizzo clinico per 5 anni durante i quali deve sostenere e superare esami come: benessere organizzativo, formazione e sviluppo organizzativo, intercultura, sociologia economica, statistica multivariata….

Mentre lo psicologo clinico lavora con la salute delle persone, lo psicologo del lavoro lavora prevalentemente con i sistemi.

Esempi di richieste per uno psicologo clinico:

“Ieri all’improvviso mentre ero al bar ho cominciato a sentirmi male: mi è aumentato il battito cardiaco, mi mancava l’aria e ho iniziato a sudare. Mi sono spaventato e ho cominciato a pensare che non potevo controllare ciò che mi stava succedendo e che potevo anche morire. Non voglio più vivere un’esperienza come questa!»

«Sono preoccupata per mia figlia. Quando rientra a casa da scuola si mette a fare i compiti e sembra essere sempre insoddisfatta della sua scrittura: perde ore a scrivere, cancellare e riscrivere finché non le sembra di aver raggiunto un tratto soddisfacente e per questo motivo molte volte non riesce a finire i compiti. Lei si arrabbia ed io la voglio aiutare.»

«Mio figlio ha 13 anni. Non ha ben chiare le idee rispetto a quale scuola frequentare il prossimo anno. A suo padre piacerebbe che facesse il liceo classico, io non ho un’idea precisa, vorrei solo che mio figlio fosse contento della sua scelta, ma anche lui non sa dirmi cosa vuole..»

«Passo le mie giornate a casa in solitudine, non ho interessi particolari, anzi tutto mi scoccia.. non mi va nemmeno di mangiare! Non ce la faccio ad affrontare questa situazione, non ho le capacità, ma non posso più continuare così!»

«Io e mio marito ci siamo sposati due anni fa e abbiamo subito avuto una bambina. Da allora la nostra vita è cambiata moltissimo: la piccola richiede molto tempo e molte attenzioni e mio marito si lamenta del fatto che non ho tempo da dedicare a lui come all’inizio del nostro matrimonio.

Mi accusa di stare troppo con lei, di viziarla troppo, di non riuscire a dirle di no quando mi chiede qualcosa, ed è vero: non riesco a mantenere le regole che abbiamo concordato, soprattutto quando piange o mi guarda con quegli occhioni teneri.. Quando la guardo ripenso alla mia mamma, alla sua incapacità di trasmettere affetto, allo sguardo severo, alle punizioni e allora mi tengo stretta mia figlia e non voglio che lei soffra, ma questo è diventato un problema..»

“Ho spesso fitte al cuore, poi accuso dolori allo sterno. Sono stato dal mio medico di famiglia, mi ha fatto l’impegnativa specialistica. In ospedale ho fatto tutti gli accertamenti ECG ecc.. ma non è risultato nulla. Il cardiologo dice che è un problema di ansia e mi ha detto di venire da uno psicologo per risolvere il mio problema”.

Esempi di chi si rivolge ad uno psicologo del lavoro:

“Siamo una società di servizi e vorremmo una consulenza per pubblicizzare il nostro pacchetto offerte. Vorremmo un’analisi dei potenziali clienti, potenziare le nostre capacità di partenrship e di comunicazione”

“Siamo un’azienda con 300 dipendenti che da qualche anno spende troppo per il continuo assenteismo dal lavoro per malattia. Vorremmo capire perché e trovare delle soluzioni”

“Siamo un’azienda pubblica e vorremmo assumere 100 dipendenti esterni. Vorremmo esternalizzare la mansione di recuruiting (reclutamento) del personale. Potrebbe strutturare Lei un servizio di selezione di questo personale?”

Lo psicologo clinico può collaborare con lo psichiatra, neurologo…. E tutto il personale medico e paramedico come un qualunque altro medico con laurea in medicina. Se la persona ha un problema cardiaco viene inviata dal cardiologo, se ha un problema oculare all’oculista, se ha un problema psicologico va inviata allo psicologo.

Lo psicologo non somministra farmaci perché non lavora con la chimica, ma i suoi strumenti sono psicologici.

Esempio: se il mio problema è l’aggressività perché ho una disfunzione chimica del neurotrasmettitore della serotonina, vado dallo psichiatra che mi prescrive un farmaco per controllarla, vado dallo psichiatra perché lo psicologo clinico non può aiutarmi; se mi arrabbio sempre perché credo che gli altri mi odino, allora vado dallo psicologo perché lo psichiatra con le medicine non mi può aiutare a risolvere questo mio problema.

Nell’incertezza sarà il professionista psicologo o psichiatra, o cardiologo o neurologo che saprà inviare allo specialista giusto la persona per risolvere il problema.

Importante: quando si va da uno psicologo, come da un cardiologo o da un dentista o altri specialisti è importante chiedere il diploma di laurea per evitare di incorrere in falsi professionisti.

Un cardiologo non può essere un bravo cardiologo se non ha la specializzazione in cardiologia, uno psicologo clinico può avere la giusta preparazione di uno psicologo clinico solo se ha la laurea in psicologia clinica e superato l’Esame di Stato.

Così come lo psicologo del lavoro non ha competenze cliniche così anche tutti i laureati in altre scienze. E’ bene tutelarsi da falsi professionisti della salute ed è un diritto: prima di tutto chiedere di farsi mostrare la laurea ed è bene diffidare da chi non ha la laurea in psicologia clinica e andare da un altro collega che ci garantisca invece la sua preparazione.

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